sabato 16 marzo 2019

La comunità ebraica di Senigallia


Uno degli argomenti trattati in occasione della Giornata internazionale della guida turistica, svoltasi a Senigallia lo scorso 24 febbraio, è stato la storia della comunità ebraica, di cui ho scritto una sintesi.
Ho anche aggiunto per approfondire il tema una lista di pubblicazioni, facilmente reperibili sia in biblioteca che su internet.
Spero che la lettura sia di vostro gradimento!

Il ghetto ebraico di Senigallia sorgeva nell'area dell'odierna Piazza Simoncelli. Era collocato grosso modo tra il fiume Misa e Piazza del Duca (in passato probabilmente chiamata Piazza della Fortezza). Una lapide lo ricorda: “Risulta questa piazza dall'atterramento dell'antico ghetto senigalliese che insieme con i finitimi vicoli costituiva la speciale coatta residenza della fiorente comunità ebraica fino all'anno 1846”.

La comunità ebraica di Senigallia

La prima notizia relativa alla presenza ebraica a Senigallia risale al 1425, quando l'ebreo Sabbatuzio ottiene dal Comune una proroga di dieci anni per poter gestire un banco di prestito. Altre notizie riguardanti ebrei che prestano su pegno risalgono al periodo della signoria malatestiana.

Verso la metà del Quattrocento arrivano anche a Senigallia le prediche antiebraiche dei frati minori dell'Osservanza a sostegno dei monti di pietà. Queste alterano i rapporti tra gli ebrei e il Comune, che nel 1451 esprime parere sfavorevole al rinnovo delle condotte. Tuttavia negli anni successivi gli ebrei continuano ad esercitare il prestito, anche dopo l'istituzione del monte di pietà, dato che questo non è sufficiente a soddisfare le esigenze dell'economia cittadina, avendo un carattere meramente assistenziale.

Nel 1474 inizia la lunga signoria roveresca durante la quale la comunità ebraica gode di ampie libertà. In particolare al tempo di Giovanni Della Rovere agli ebrei è riconosciuta di diritto la possibilità di risiedere a Senigallia (statuti). Inoltre gli ebrei possono essere proprietari di terra (catasto rustico), fatto importante dato che era loro proibito possedere beni immobili.

Alla fine del Quattrocento gli ebrei sono espulsi dalla Spagna, dal Regno di Napoli, dalla Sicilia (1492) e dal Portogallo (1496). Nei decenni successivi molti di questi ebrei arrivano nelle Marche.

A partire dalla metà del Cinquecento accadono fatti molto gravi per gli ebrei italiani:
  • nel 1555 papa Paolo IV istituisce i ghetti nello Stato pontificio a Roma e ad Ancona;
  • sempre nel 1555 ad Ancona 25 ebrei portoghesi sono bruciati sul rogo nell'odierna piazza Malatesta;
  • nel 1569 papa Pio V ordina l'espulsione degli ebrei da tutte le città dello Stato pontificio, tranne che da quelle che sono sede di ghetto.
Di conseguenza gli ebrei della Marca di Ancona, che non accettano la segregazione del ghetto o che temono di essere oggetto di persecuzione, si trasferiscono nelle città del vicino Ducato d'Urbino, dove finché governano i Della Rovere le loro condizioni di vita sono sicuramente migliori. Molti di essi arrivano a Senigallia, che con la sua fiera franca e il porto, costituisce un polo di attrazione.

Nel 1567 gli ebrei chiedono al duca Guidubaldo II Della Rovere l'autorizzazione per acquistare un terreno per ampliare le sepolture presso la chiesa di S. Maria del Portone. Si tratta del vecchio cimitero ebraico, che sorgeva nell'area degli odierni Giardini Anna Frank.
Il vecchio cimitero ebraico sorgeva nell'area degli odierni Giardini Anna Frank. Sul marciapiede di Via Capanna alcune lapidi lo ricordano. Il nuovo cimitero si trova presso la Chiesa delle Grazie, a circa tre chilometri dal centro storico. Vi sono raccolte 85 lapidi del vecchio cimitero, risalenti al Seicento, al Settecento e alla fine dell'Ottocento.

Un lapide ricorda il vecchio cimitero ebraico: “Nel ricordo dell'antica gente ebraica che qui aveva il suo primo cimitero il Municipio di Senigallia e la Comunità Israelitica vollero questo giardino simbolo di continuità di vita. Una generazione passa una nuova sorge”.

Nel 1610
il consiglio comunale chiede l'erezione del ghetto ebraico, ma il duca Francesco Maria II Della Rovere la proibisce.

Nel 1624 il duca Francesco Maria II Della Rovere emette un decreto contro le offese subite dalla comunità ebraica. "Con infinito mio dispiacere habbiamo inteso che da certo tempo in qua gli Hebrei, in questo nostro Stato, vengono in diversi modi offesi e che non stanno anche securi nelle proprie case, contro le prohibitioni altre volte fatta da noi sopra ciò. Onde per dare a tutto questo opportuno rimedio, acciò i delinquenti venghino severamente castigati".

Nel 1626 vivono a Senigallia una quarantina di famiglie di ebrei.

Nel 1631 Francesco Maria II Della Rovere, ultimo duca di Urbino, muore senza eredi maschi e il papa Urbano VIII si affretta ad annettere Senigallia e l'intero Ducato allo Stato pontificio. 

Ritratto di Francesco Maria II Della Rovere, eseguito da Federico Barocci. L'ultimo duca di Urbino ha garantito un lungo periodo di pace ai suoi sudditi ebrei.

La trasformazione del Ducato roveresco nella Legazione di Pesaro Urbino comporta l'istituzione di tre ghetti, a Urbino, Pesaro e Senigallia.

All'indomani della morte del duca sono inviati a Roma due progetti relativi alla costruzione del ghetto: il primo prevede l'ubicazione lungo l'odierna Via Arsilli (in una zona centrale); il secondo prevede l'ubicazione nell'area dell'odierna Piazza Simoncelli (in una zona marginale).
Viene scelto il secondo progetto, poiché l'area prevista è confinante con Piazza della Fortezza e Palazzo del Duca, simboli del potere roveresco. Il nuovo potere vuole, infatti, cancellare la memoria del precedente e vuole collocare il ghetto vicino a Piazza della Fortezza per emarginarla dalla vita quotidiana della città.
Pianta di Senigallia con due ipotesi per la costruzione del ghetto.

Il ghetto di Senigallia, sorto nel 1633, è il più grande tra quelli dell'ex ducato, poiché all'interno dei suoi portoni sono costretti a trasferirsi tutti gli ebrei che abitano nei paesi circostanti. È attraversato da due strade, che lo dividono in quattro isolati. All'imbocco di ciascuna di esse è posto un portone. Al suo interno viene edificata la nuova sinagoga, che entra in funzione nel 1634.
Pianta del ghetto ebraico.
La comunità ebraica è sottoposta ad una rigida normativa:
  • gli ebrei non possono possedere beni immobili come case e terreni e devono vivere nelle abitazioni del ghetto prese in affitto da proprietari cristiani;
  • i portoni del ghetto devono essere chiusi ogni sera da un cristiano e gli ebrei non possono uscire la notte;
  • durante la settimana santa gli ebrei non possono circolare per la città e le finestre del ghetto che danno all'esterno devono restare chiuse;
  • devono portare il segno di riconoscimento, un pezzo di stoffa gialla sul cappello;
  • devono ascoltare le prediche conversionistiche;
  • devono pagare molte tasse, delle quali la più odiosa è quella per finanziare la Casa dei Catecumeni, dove sono portati e istruiti alla fede cristiana quegli ebrei, che più o meno spontaneamente, hanno deciso di convertirsi;
  • inoltre nessun cristiano può mangiare e bere con gli ebrei anche per brevissimo tempo e in qualsiasi luogo pubblico.
La massima presenza ebraica a Senigallia coincide con gli anni di maggior successo della sua fiera franca. Alla metà del Settecento, infatti, vivono nel ghetto 650 ebrei. Il loro numero sale fino a 1000 durante il periodo di fiera per la presenza anche di ebrei forestieri.

Un momento della Giornata della guida turistica in Piazza Simoncelli, ricavata dopo il 1862, in seguito all'abbattimento degli edifici fatiscenti del vecchio ghetto.

Nel 1797, con l'occupazione francese, sono abbattuti e bruciati i portoni del ghetto, sulle cui ceneri viene innalzato l'albero della libertà. Agli ebrei sono riconosciuti tutti i diritti civili e politici di cui gode il resto della popolazione, come la possibilità di svolgere qualsiasi lavoro e di acquistare beni immobili, di accedere alle cariche pubbliche e di frequentare l'università. Inoltre gli ebrei più facoltosi di Senigallia si trasferiscono fuori del ghetto e aprono negozi e botteghe nelle principali vie della città.

Nel 1799, con il ritiro dei francesi, un'orda di sanfedisti al comando del generale Lahoz, aiutata da popolani fomentati dal basso clero, saccheggia il ghetto. Le case degli ebrei sono devastate e date alle fiamme. La sinagoga viene profanata e i suoi arredi vengono rubati o distrutti. Tredici persone, comprese tre donne anziane, sono barbaramente uccise e centinaia sono i feriti.
Seicento ebrei si rifugiano presso i correligionari di Ancona, dove restano per due anni sotto la protezione del vescovo di Senigallia Bernardino Honorati.

Nel 1801 papa Pio VII obbliga gli ebrei a ritornare a Senigallia, a ricostruire il ghetto, a ricostruire i portoni e a pagare il debito maturato con la Camera apostolica che, con gli interessi, ammonta a dodicimila scudi.

Negli anni successivi molti ebrei senigalliesi, animati dalla sete di libertà e giustizia, aderiscono alla causa risorgimentale.

Nel 1846 papa Pio IX ordina l'apertura dei ghetti in tutto lo Stato Pontificio. In quel periodo vivono a Senigallia circa 390 ebrei: sono sensali, negozianti, vetturini, sarti, gestori di banchi e in maggioranza“industrianti”, cioè persone molto povere che per vivere svolgono i lavori più disparati.

Nel 1860 con l'annessione al Regno d'Italia gli ebrei ottengono la tanto agognata uguaglianza e già nel 1861 nel consiglio comunale di Senigallia sono eletti i primi ebrei.

Oggi a Senigallia vivono 25 ebrei. Nelle Marche ne vivono 150. La comunità più numerosa è quella di Ancona.
Via Commercianti è l'unica strada del ghetto rimasta, così chiamata poiché gli ebrei senigalliesi si distinguevano nelle più svariate attività commerciali.
Portale della sinagoga, entrata in funzione nel 1634. La precedente si trovava nell'odierna Via Arsilli.
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