Uno degli argomenti trattati in
occasione della Giornata internazionale della guida turistica,
svoltasi a Senigallia lo scorso 24 febbraio, è stato la storia
della comunità ebraica, di cui ho scritto una sintesi.
Ho anche aggiunto per
approfondire il tema una lista di pubblicazioni, facilmente
reperibili sia in biblioteca che su internet.
Spero
che la lettura sia di vostro gradimento!
La
comunità ebraica di Senigallia
La
prima notizia relativa alla presenza ebraica a Senigallia risale
al 1425, quando l'ebreo Sabbatuzio ottiene dal Comune una
proroga di dieci anni per poter gestire un banco di prestito. Altre
notizie riguardanti ebrei che prestano su pegno risalgono al periodo
della signoria malatestiana.
Verso
la metà del Quattrocento arrivano anche a Senigallia le prediche
antiebraiche dei frati minori dell'Osservanza a sostegno dei monti
di pietà. Queste alterano i rapporti tra gli ebrei e il Comune,
che nel 1451 esprime parere sfavorevole al rinnovo delle condotte.
Tuttavia negli anni successivi gli ebrei continuano ad esercitare il
prestito, anche dopo l'istituzione del monte di pietà, dato che
questo non è sufficiente a soddisfare le esigenze dell'economia
cittadina, avendo un carattere meramente assistenziale.
Nel
1474 inizia la lunga signoria roveresca durante la quale
la comunità ebraica gode di ampie libertà. In particolare al tempo
di Giovanni Della Rovere agli ebrei è riconosciuta di diritto la possibilità di risiedere a Senigallia (statuti). Inoltre gli ebrei possono essere proprietari di terra (catasto
rustico), fatto importante dato che era loro proibito possedere beni
immobili.
Alla
fine del Quattrocento gli ebrei sono espulsi dalla Spagna, dal
Regno di Napoli, dalla Sicilia (1492) e dal Portogallo (1496). Nei
decenni successivi molti di questi ebrei arrivano nelle Marche.
A
partire dalla metà del Cinquecento accadono fatti molto gravi
per gli ebrei italiani:
-
nel 1555 papa Paolo IV istituisce i ghetti nello Stato pontificio a Roma e ad Ancona;
-
sempre nel 1555 ad Ancona 25 ebrei portoghesi sono bruciati sul rogo nell'odierna piazza Malatesta;
-
nel 1569 papa Pio V ordina l'espulsione degli ebrei da tutte le città dello Stato pontificio, tranne che da quelle che sono sede di ghetto.
Di
conseguenza gli ebrei della Marca di Ancona, che non accettano la
segregazione del ghetto o che temono di essere oggetto di
persecuzione, si trasferiscono nelle città del vicino Ducato
d'Urbino, dove finché governano i Della Rovere le loro
condizioni di vita sono sicuramente migliori. Molti di essi arrivano
a Senigallia, che con la sua fiera franca e il porto, costituisce un
polo di attrazione.
Nel
1567 gli ebrei chiedono al duca Guidubaldo II Della Rovere
l'autorizzazione per acquistare un terreno per ampliare le sepolture
presso la chiesa di S. Maria del Portone. Si tratta del vecchio
cimitero ebraico, che sorgeva nell'area degli odierni Giardini
Anna Frank.
Nel 1610 il consiglio comunale chiede l'erezione del ghetto ebraico, ma il duca Francesco Maria II Della Rovere la proibisce.
Nel
1624 il duca Francesco Maria II Della Rovere emette un
decreto contro le offese subite dalla comunità ebraica. "Con
infinito mio dispiacere habbiamo inteso che da certo tempo in qua gli
Hebrei, in questo nostro Stato, vengono in diversi modi offesi e che
non stanno anche securi nelle proprie case, contro le prohibitioni
altre volte fatta da noi sopra ciò. Onde per dare a tutto questo
opportuno rimedio, acciò i delinquenti venghino severamente
castigati".
Nel
1626 vivono a Senigallia una quarantina di famiglie di ebrei.
Nel
1631 Francesco Maria II Della Rovere, ultimo duca di Urbino,
muore senza eredi maschi e il papa Urbano VIII si affretta ad
annettere Senigallia e l'intero Ducato allo Stato pontificio.
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Ritratto
di Francesco Maria II Della Rovere, eseguito da Federico Barocci.
L'ultimo duca di Urbino ha garantito un lungo periodo di pace ai suoi
sudditi ebrei.
|
La
trasformazione del Ducato roveresco nella Legazione di Pesaro
Urbino comporta l'istituzione di tre ghetti, a Urbino,
Pesaro e Senigallia.
All'indomani
della morte del duca sono inviati a Roma due progetti relativi
alla costruzione del ghetto: il primo prevede l'ubicazione
lungo l'odierna Via Arsilli (in una zona centrale); il secondo
prevede l'ubicazione nell'area dell'odierna Piazza Simoncelli (in una
zona marginale).
Viene
scelto il secondo progetto, poiché l'area prevista è
confinante con Piazza della Fortezza e Palazzo del Duca, simboli del
potere roveresco. Il nuovo potere vuole, infatti, cancellare la
memoria del precedente e vuole collocare il ghetto vicino a Piazza
della Fortezza per emarginarla dalla vita quotidiana della città.
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Pianta
di Senigallia con due ipotesi per la costruzione del ghetto.
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Il
ghetto di Senigallia, sorto nel 1633, è il più grande
tra quelli dell'ex ducato, poiché all'interno dei suoi portoni sono
costretti a trasferirsi tutti gli ebrei che abitano nei paesi
circostanti. È attraversato
da due strade, che lo dividono in quattro isolati. All'imbocco di
ciascuna di esse è posto un portone. Al suo interno viene edificata
la nuova sinagoga, che entra in funzione nel 1634.
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Pianta
del ghetto ebraico.
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La
comunità ebraica è sottoposta ad una rigida normativa:
-
gli ebrei non possono possedere beni immobili come case e terreni e devono vivere nelle abitazioni del ghetto prese in affitto da proprietari cristiani;
-
i portoni del ghetto devono essere chiusi ogni sera da un cristiano e gli ebrei non possono uscire la notte;
-
durante la settimana santa gli ebrei non possono circolare per la città e le finestre del ghetto che danno all'esterno devono restare chiuse;
-
devono portare il segno di riconoscimento, un pezzo di stoffa gialla sul cappello;
-
devono ascoltare le prediche conversionistiche;
-
devono pagare molte tasse, delle quali la più odiosa è quella per finanziare la Casa dei Catecumeni, dove sono portati e istruiti alla fede cristiana quegli ebrei, che più o meno spontaneamente, hanno deciso di convertirsi;
-
inoltre nessun cristiano può mangiare e bere con gli ebrei anche per brevissimo tempo e in qualsiasi luogo pubblico.
La
massima presenza ebraica a Senigallia coincide con gli anni di
maggior successo della sua fiera franca. Alla metà del
Settecento, infatti, vivono nel ghetto 650 ebrei. Il loro numero
sale fino a 1000 durante il periodo di fiera per la presenza anche di
ebrei forestieri.
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Un
momento della Giornata della guida turistica in Piazza Simoncelli,
ricavata dopo il 1862, in seguito all'abbattimento degli edifici
fatiscenti del vecchio ghetto.
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Nel
1797, con l'occupazione francese,
sono abbattuti e bruciati i portoni del ghetto, sulle cui ceneri
viene innalzato l'albero della libertà. Agli ebrei sono riconosciuti
tutti i diritti civili e politici di cui gode il resto della
popolazione, come la possibilità di svolgere qualsiasi lavoro e di
acquistare beni immobili, di accedere alle cariche pubbliche e di
frequentare l'università. Inoltre gli ebrei più facoltosi di
Senigallia si trasferiscono fuori del ghetto e aprono negozi e
botteghe nelle principali vie della città.
Nel
1799, con il ritiro dei francesi, un'orda di sanfedisti al
comando del generale Lahoz, aiutata da popolani fomentati dal basso
clero, saccheggia il ghetto. Le case degli ebrei sono
devastate e date alle fiamme. La sinagoga viene profanata e i suoi
arredi vengono rubati o distrutti. Tredici persone, comprese
tre donne anziane, sono barbaramente uccise e centinaia sono i
feriti.
Seicento
ebrei si rifugiano presso i correligionari di Ancona, dove
restano per due anni sotto la protezione del vescovo di Senigallia
Bernardino Honorati.
Nel
1801 papa Pio VII obbliga gli ebrei a ritornare a
Senigallia, a ricostruire il ghetto, a ricostruire i portoni e a
pagare il debito maturato con la Camera apostolica che, con gli
interessi, ammonta a dodicimila scudi.
Negli
anni successivi molti ebrei senigalliesi, animati dalla sete di
libertà e giustizia, aderiscono alla causa risorgimentale.
Nel
1846 papa Pio IX ordina l'apertura dei ghetti in
tutto lo Stato Pontificio. In quel periodo vivono a Senigallia circa
390 ebrei: sono sensali, negozianti, vetturini, sarti, gestori di
banchi e in maggioranza“industrianti”, cioè persone molto povere
che per vivere svolgono i lavori più disparati.
Nel
1860 con l'annessione al Regno d'Italia gli ebrei
ottengono la tanto agognata uguaglianza e già nel 1861
nel consiglio comunale di Senigallia sono eletti i primi ebrei.
Oggi
a Senigallia vivono 25 ebrei. Nelle Marche ne vivono 150. La comunità
più numerosa è quella di Ancona.
Via
Commercianti è l'unica strada del ghetto rimasta, così chiamata
poiché gli ebrei senigalliesi si distinguevano nelle più svariate
attività commerciali.
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Portale
della sinagoga, entrata in funzione nel 1634. La precedente si
trovava nell'odierna Via Arsilli.
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*****
Per
saperne di più:
-
Maria Luisa Moscati Benigni, Marche itinerari ebraici I luoghi, la storia, l'arte
-
A cura di Sergio Anselmi e Viviana Bonazzoli, La presenza ebraica nella Marche, secoli XIII-XX
-
Maria Luisa Moscati Benigni, Gli Ebrei nel “Ducato di Urbino”: dal Papa al Re (https://www.prourbino.it/EbreiInUrbino/EbreiInItaliaCentrale.htm)
-
Maria Luisa Moscati Benigni, Breve storia degli ebrei marchigiani (http://www.morasha.it/zehut/mlm06_ebreimarchigiani.html)
-
Alessandra Veronese, Gli ebrei nel Ducato di Urbino (http://www.rmoa.unina.it/2000/1/RM-Veronese-Ebrei.pdf)
-
Silvia Haia Antonucci, La vita quotidiana nel ghetto e l'autorità pontificia nell'archivio della comunità ebraica di Senigallia (secoli XVI-XIX) (http://www.romaebraica.it/wp-content/uploads/2015/05/28-Antonucci-La-vita-quotidiana-nel-ghetto-di-Senigallia-20121.pdf)





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