La
settecentesca chiesa
di S. Martino è
una delle più belle ed eleganti di Senigallia.
L'edificio,
situato nel centro storico della città, a pochi passi da Corso II
Giugno, è un
piccolo museo nel
quale sono conservate pregevoli opere d'arte, tra le quali: il
cinquecentesco quadro della Madonna
Addolorata
attribuito alla bottega
di Tiziano; il
quadro di S.
Martino dipinto a
inizio Seicento da Terenzio
Terenzi, detto il
Rondolino; la Madonna
con il bambino e i santi Filippo Benizi e Francesco di Paola
del 1611 del pittore veneziano Jacopo
Negretti, detto
Palma il Giovane;
la Visita della
Vergine a S. Anna del
1642 di Giovan
Francesco Barbieri,
detto il Guercino.
La
storia della chiesa di S. Martino
La
chiesa di S. Martino ha origini che risalgono al Medioevo.
La
chiesa medievale
Le
prime notizie su un edificio dedicato a S. Martino risalgono alla
fine del XII
secolo.
Nel
1223, nella bolla
“In eminenti apostolicae sedis” di papa Onorio III, la chiesa di
S. Martino è ricordata come
terza per importanza
nell'elenco delle principali chiese cittadine che dovevano versare
canoni al vescovo Benno.
Tali
chiese erano dodici: S. Giovanni Battista, S. Pietro, S.
Martino, S.
Salvatore, S. Giorgio, S. Maria de' Scoti, S.
Lorenzo, S. Croce, S. Bartolomeo, S. Paterniano, S. Brigida, S.
Severo.
Questo
documento consente di fare alcune considerazioni: la
chiesa di S. Martino era una delle più importanti della città
e doveva pagare cospicui canoni al vescovo Benno; nel 1223 a
Senigallia vi erano molte chiese, a testimonianza di un periodo
indubbiamente ricco della sua storia; tra tanti culti di santi, gli
unici sopravvissuti fino ai nostri giorni sono quelli di S.
Pietro, a cui è
dedicata la cattedrale, e quello di S.
Martino.
La
chiesa di S. Martino fu costruita per volontà di un certo Aristeo,
che vi volle essere sepolto.
Nel
libro “Senigallia
medievale” si
legge che questa chiesa era situata verso il centro della città, nei
pressi dell'odierna Piazza Roma, e che essa fu successivamente
trasferita nell'area retrostante l'attuale teatro (verso Viale
Leopardi).
Nel
1468 Cristoforo
di Blanderata (o
di Biandrate),
vescovo di Senigallia dal 1466 al 1473, chiamò in città l'Ordine
dei Servi di Maria,
a cui egli stesso apparteneva ed era molto legato, e gli affidò la
cura della chiesa.
Nel
1474 iniziò a
Senigallia la signoria
dei Della Rovere,
destinata a durare, eccetto brevi parentesi, fino al 1631.
Giovanni,
il capostipite di questa casata, era uno stimato capitano di ventura,
devoto a S. Martino, patrono dei soldati. Egli incluse nel suo
testamento una donazione alla chiesa di S. Martino (“uno palio de
altare (…) de veluto”).
Intorno
alla metà del
Cinquecento il
Duca Guidubaldo II
Della Rovere fece
ricostruire le mura della città. La costruzione della nuova
cinta muraria pentagonale
causò l'atterramento
della chiesa di S. Martino,
situata nel luogo dove sarebbe stato costruito un baluardo
fortificato, chiamato in sua memoria baluardo
di S. Martino. Nel
1554 essa fu
demolita e nove anni più tardi ricostruita all'interno del circuito
murario, sul sito attuale.
Nel
manoscritto del
1596 “Historiarum
Libri Duo” del vescovo Pietro
Ridolfi si legge
che dell'edificio non rimaneva più alcuna memoria eccetto la bocca
di un pozzo, chiamato “pozzo
di S. Martino”
(“...nulla alia extat memoria praeter os putei in marmore obtrito
quod vulgo dicitur puteus S. Martini...”).
La
chiesa cinquecentesca
Tra
il 1562 e il 1563
venne ricostruita la chiesa di S. Martino. Il Duca Guidubaldo
II Della Rovere
aveva infatti concesso ai Servi di Maria il sito dove ricostruirla.
In
un documento dei serviti si trova scritto: “Il nuovo sito ove è
fondato il convento al presente si chiama il quartiere di S. Martino
et è vicino alle mura della città et anco più eminente et di
miglior aria poiché è dalla parte delle montagne”.
I
lavori di abbellimento e completamento
della chiesa si protrassero per qualche tempo, rivelandosi molto
onerosi per i frati, che nel 1567 chiesero alla comunità di
Senigallia di contribuire all'acquisto dell'organo.
Di
fianco alla chiesa venne gradualmente costruito anche il
convento.
Dell'interno complesso religioso rimane forse un
bel disegno,
contenuto nel manoscritto del 1596 “Historarium Libri Duo” del
vescovo Pietro
Ridolfi,
conservato nella Biblioteca comunale di Senigallia.
La
chiesa seicentesca
Nel
1603 la chiesa
cinquecentesca, a soli quarant'anni dalla sua costruzione, si trovava
in un cattivo stato di conservazione. Il priore del tempo, Giulio
Mazzocchi, decise quindi di ricostruirla nello stesso luogo.
Alla
costruzione della nuova
chiesa contribuirono
alcune famiglie nobili della città, tra le quali si distinsero
particolarmente quella dei Baviera
che fece costruire la cappella maggiore (per la quale commissionò
anche il quadro di S.
Martino) e quella dei
Quartari
che fece costruire la cappella dell'Addolorata.
Di
questa chiesa si conserva la
piantina. Essa era a
navata unica con un altare maggiore dedicato a S. Martino e nove
altari minori dedicati a S. Ambrogio, l'Addolorata, Crocifisso, Santi
Sebastiano e Appolonia, S. Michele, Madonna di Reggio, S. Francesco
di Paola, S. Lucia, S. Anna.
Monsignor
Francesco Benni, vescovo di Scala e Ravello, servita, donò alla
chiesa una reliquia di
S. Martino (essa viene
esposta solo nel giorno della festa del santo).
La
chiesa di S. Martino era sede di due
importanti congregazioni religiose,
quella di S. Antonio
per il soccorso dei poveri
e quella dell'Abito
(oggi Terzo Ordine), alla quale in alcuni periodi erano iscritti più
di mille senigalliesi. Essa era anche la sede del Sant'Uffizio
(la sede locale del
Tribunale dell'Inquisizione istituita dopo il 1631, in seguito
all'annessione della città allo Stato Pontificio).
La
chiesa settecentesca
Nel
1731, in una fase di notevole crescita economica e demografica
per Senigallia (dovuta all'ascesa della fiera della Maddalena), i
Servi di Maria decisero di demolire la chiesa seicentesca per
costruirne un'altra più grande e più bella.
Nel
1736 iniziò la costruzione del nuovo edificio. Tra
l'atterramento della chiesa seicentesca e l'inizio dei lavori di
quella settecentesca passò un quinquennio, a causa di una lite tra i
frati e la famiglia Pasquini, che aveva per oggetto una casa
limitrofa.
Tra
il 1736 e il 1741 venne riedificata la chiesa. Due
documenti, ugualmente attendibili, ne attribuiscono il progetto a due
architetti diversi: nelle memorie di un esponente di casa Mastai è
attribuito ad Alessandro Rossi di Osimo; nel libro delle
“uscite” del convento è registrato un pagamento a Domenico
Valeri di Jesi. Probabilmente i due architetti collaborarono
tra loro: forse ad Alessandro Rossi si deve il disegno e a
Domenico Valeri la realizzazione.
Essi
realizzarono un'elegante struttura a tre navate, di stile
neoclassico, con sette altari: uno maggiore e sei minori.
La chiesa fu inoltre abbellita da pregevoli decorazioni a stucco,
di cui non si conoscono gli autori.
I
Servi di Maria commissionarono anche un nuovo organo a
Feliciano Fedeli di Loreto, costato 355 scudi.
Solo
nel 1750 la chiesa fu solennemente consacrata dal vescovo di
Senigallia Monsignor Ippolito Rossi.
Nel
Settecento la chiesa e il convento di S. Martino erano
sicuramente la più bella struttura del genere esistente a
Senigallia, tanto da meritare l'appellativo di “reggia di S.
Martino”. Per questo nel 1782 il convento fu scelto per
ospitare papa Pio VI, sia all'andata che al ritorno di un
viaggio a Vienna, dove egli si recava per instaurare migliori
relazioni con Giuseppe II d'Asburgo-Lorena. Secondo la
tradizione il papa avrebbe donato ai frati una bella statuetta
d'argento, raffigurante la Madonna Addolorata, tuttora
conservata nel convento.
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Questa
è la piantina della chiesa settecentesca. Essa è a tre navate con
sette altari, uno maggiore e sei minori, tutti ornati con pregevoli
opere pittoriche.
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Nel
1851 papa Pio IX istituì, con la bolla “Inter Coetera”, la
parrocchia di S. Martino, concessa in perpetuo ai
Servi di Maria.
Sempre
nell'Ottocento la chiesa fu arricchita con un organo
costruito dal celebre organaro veneziano Gaetano Callido (opus
395 del 1802), proveniente da un'altra chiesa senigalliese, quella di
S. Antonio, oggi chiamata dell'ospedale. Esso
probabilmente arrivò nella chiesa dei serviti in seguito alla
soppressione degli ordini religiosi.
Dal
2017 la chiesa di S. Martino non è più parrocchia.
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Questo
è l'organo di Gaetano Callido (1727-1802), restaurato nel 2011 dalla
ditta Michel Formentelli di Camerino.
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I
restauri
Nel
1930 l'intero complesso religioso fu gravemente danneggiato da un
terremoto: per quanto riguarda il convento si dovette
abbattere l'ultimo piano, poiché pericolante, e per quanto riguarda
la chiesa si dovettero fare una nuova pavimentazione e una
completa riverniciatura. Questi lavori di restauro però furono
realizzati male: venne fatto un pavimento con mattonelle bianche
e nere che poco si addiceva allo stile della chiesa, mentre il colore
scelto per le pareti non valorizzava gli stucchi.
Tra
il 1972 e il 1973 fu realizzato un nuovo restauro generale:
la chiesa venne riverniciata con un colore più appropriato, vennero
eliminati alcuni vecchi altari delle cappelle laterali e vennero
tolti gli affreschi moderni sulla volta della prima cappella a
destra.
Nel
1980 fu rifatto il pavimento in mattone cotto e successivamente
furono realizzati lavori anche al tetto e al campanile.
San
Martino
Martino
di Tours è un santo vissuto nel IV secolo e uno dei
fondatori del monachesimo in occidente. In Italia gli sono
dedicate più di 900 chiese, tra le quali le cattedrali di
Lucca e Belluno. La sua festa si celebra l'11 novembre, giorno
dei suoi funerali a Tours.
Egli
nacque intorno al 316 in Pannonia, nell'odierna Ungheria. Il
padre, ufficiale dell'esercito romano, gli diede il nome di Martino
in onore di Marte, il dio della Guerra. Nel 331 un editto
imperiale obbligò tutti i figli dei veterani ad arruolarsi
nell'esercito romano. Martino fu inviato in Gallia, dove
trascorse la maggior parte della sua vita da soldato. Durante lo
svolgimento dei suoi compiti militari accade l'episodio che lo
rese molto popolare. Egli, ancora catecumeno, in una
giornata molto fredda divise il suo mantello con un povero
seminudo e il suo gesto di carità fu ricambiato dall'improvvisa
comparsa del sole. Fatto, questo, che ancora oggi sembra ripetersi
nella cosiddetta “estate di S. Martino” (nei giorni
intorno l'11 novembre, festa del santo). Successivamente
Martino fu battezzato e lasciò l'esercito romano. Così
iniziò la seconda parte della sua vita. Egli s'impegnò nella lotta
contro l'eresia ariana e per questo venne cacciato prima dalla
Gallia e poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani. Dopo
aver trascorso quattro anni in eremitaggio parziale nell'isola
Gallinara, in Provincia di Savona, Martino tornò in Gallia,
a Poitiers, presso il vescovo Ilario, che lo ordinò
prima esorcista e poi prete. Nel 361 egli fondo
nella vicina Ligugé uno dei primi monasteri d'occidente.
Nel 371 Martino divenne vescovo di Tours, dove fondò,
a poca distanza dalle mura, un monastero, che fu per qualche
tempo la sua residenza. Tale monastero chiamato in origine, in
latino, Majus Monasterium (“Monastero Maggiore”) divenne
in seguito noto come Marmoutier. Da vescovo egli proseguì la
sua opera di evangelizzazione, rivolta soprattutto alla conversione
delle popolazioni rurali della Gallia. L'8 novembre 397
Martino morì a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per
mettere pace tra il clero locale, e l'11 fu sepolto a Tours.
Dopo la sua morte S. Martino divenne patrono dei soldati, dei
cavalieri, dei viaggiatori, degli albergatori e,
per il suo incarico di esorcista, anche di tutti coloro che
lottano contro il male. Il suo culto, nel quale la
generosità del soldato, la rinuncia ascetica e l'attività
missionaria erano associate, ben presto superò i confini della
Gallia. A Senigallia probabilmente esso fu portato dai
Franchi tra l'VIII e il IX secolo.
I
Servi di Maria
Secondo
la tradizione l'ordine dei Servi di Maria fu fondato a Firenze
nel 1233 da sette mercanti, i sette santi fondatori.
Nel 1304 esso fu approvato da papa Benedetto XI con la
bolla “Dom levamus”. Nel 1888 furono canonizzati i sette
fondatori.
I
Servi di Maria, chiamati anche serviti, sono
profondamente devoti alla Madonna Addolorata. Il loro stemma
è costituito da una “S” e una “M” intrecciate e sormontate
da una corona di sette gigli, che simboleggiano i sette santi
fondatori.
Questa è l'entrata principale del
convento di S. Martino a Senigallia, sormontata dallo stemma
dell'ordine dei Servi di Maria.
|
L'interno
della chiesa
La
lapide settecentesca
A
ricordo della consacrazione della chiesa fu apposta sopra
l'entrata principale una lapide in latino, circondata da una
bella cornice in stucco e sormontata dagli stemmi dei Servi di
Maria (a destra) e di Monsignor Ippolito Rossi (a
sinistra).
Tale
lapide si traduce così: A DIO OTTIMO MASSIMO E A S. MARTINO
VESCOVO DI TOURS QUESTA PIÙ
NOBILE CHIESA È DEDICATA
RICOSTRUITA SULLA VECCHIA NELL'ANNO DEL SIGNORE 1471 FU CONSACRATA
DAL VESCOVO DI SENIGALLIA MONS. IPPOLITO ROSSI DEI MARCHESI DI S.
SECONDO E CONTE IL 26 APRILE 1750 ANNO GIUBILARE LA RELIGIOSA
FAMIGLIA DEI SERVI DI MARIA PAGÒ
QUESTO LAVORO.
Vi
si legge che i lavori di costruzione della chiesa settecentesca
furono pagati dai Servi di Maria, che nel Settecento potevano
disporre di un notevole patrimonio immobiliare, accumulatosi nel
corso dei secoli grazie alle donazioni dei fedeli, costituito da 17
case e 17 poderi. Tutti questi beni furono secolarizzati
nell'Ottocento.
Dopo
il terremoto del 1930 fu aggiunto alla base dell'epigrafe un
richiamo a papa Pio XI, che finanziò le opere di restauro.
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Questa
è la lapide settecentesca collocata all'interno della chiesa sopra
l'entrata principale.
|
Il quadro
dell'Addolorata
Nella II°
cappella a sinistra è conservata una Madonna Addolorata,
opera cinquecentesca attribuita alla bottega di Tiziano.
Il quadro
raffigura la Madonna a mezzo busto, di tre quarti, con il capo
reclinato e con le mani strettamente congiunte in atteggiamento di
preghiera. La Madonna, vestita con un velo bianco, un mantello blu e
un abito rosso, esprime un dolore intensamente umano. Le sette spade
simboleggiano i dolori di Maria e sono state aggiunte nel Seicento.
Madonna con
il bambino e i santi Filippo Benizi e Francesco di Paola
Nella III°
cappella a sinistra è conservata una Madonna con il bambino e i
santi Filippo Benizi e Francesco di Paola, di Jacopo Negretti,
detto Palma il Giovane per distinguerlo dal prozio Jacopo
Palma il Vecchio (1549 –1628), eseguita nel 1611.
Il quadro
raffigura in alto la Madonna con il bambino sospesi sopra le nuvole e
contornati da angeli e in basso San Filippo Benizi a destra e San
Francesco di Paola a sinistra, rivolti verso l'alto in posizione
ascensionale, quasi ad invitare i devoti ad ammirare non loro, ma la
Madonna con il bambino. San Filippo Benizi è riconoscibile dalla
tiara ai suoi piedi (simbolo della rinuncia al papato) e dal giglio
in mano, mentre San Francesco di Paola è riconoscibile dal bastone
del pellegrino. Sulla pietra ai piedi di San Francesco di Paola si
legge la firma: Jacobus Palma.
San Martino
che offre il mantello al povero
Dietro l'altare
maggiore è conservato il quadro di S. Martino di Terenzio
Terenzi, detto il Rondolino o Terenzio Pesarese
(1575 ca.-1621), eseguito a inizio Seicento.
Il quadro
raffigura il santo a cavallo, simbolo di umanità e carità
cristiana, nell'atto di tagliare con la spada il suo mantello e
porgerlo a un povero seminudo in piedi di fronte a lui. In alto in
uno squarcio tra le fitte nuvole appare il sole e fanno capolino due
testine alate di angeli. Nel 1772 il quadro è stato notevolmente
ampliato dal pittore bolognese Giovanni Rambaldi, con un paesaggio
marino a sinistra e una quinta di rocce a destra, per adattarlo a una
più bella e preziosa cornice in legno.
La Visita
della Vergine a Sant'Anna
Nella II°
cappella a destra è conservato il quadro più bello della chiesa, la
Visita della Vergine a S. Anna, di Giovan Francesco Barbieri, detto
il Guercino per una menomazione a un occhio, eseguito nel 1642.
Il quadro,
commissionato dal nobile Tommaso Balducci in ricordo della figlia
defunta Anna Teresa, raffigura in primo piano, sopra uno scalino, la
Madonna seduta su di un semplice trono con il bambino seduto sulle
sue ginocchia e S. Anna inginocchiata con un libro aperto in mano.
Quest'ultima è rappresentata nell'atto di insegnare a Gesù. Alle
spalle delle tre figure sono visibili una tenda scura, una colonna
con capitello corinzio e un grande arco oltre il quale si scorgono
una rocca e un paesaggio marino. In alto sotto l'arco appaiono tue
testine alate di angeli.
Questo quadro
rappresenta un momento significativo nell'evoluzione artistica di
Guercino per la chiara ricerca di semplificazione compositiva e per
la particolare attenzione ai panneggi.
La Madonna
con i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria
Nella I°
cappella a destra è conservata una Madonna con i sette santi
fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria di Girolamo Donini
da Correggio (1681-1743), eseguita nel 1742.
Il quadro
raffigura in alto la Madonna nell'atto di porgere ai sette santi
l'abito dell'ordine, con intorno sette angioletti che reggono i
simboli della passione (la croce, il martello, la corona di spine, il
velo della Veronica (?)…) e l'emblema dei Servi di Maria. A destra
è raffigurato un grande angelo con un libro aperto con la regola
dell'ordine. I simboli della passione sono stati introdotti
nell'iconografia dei sette santi con il crescere della devozione per
la Madonna Addolorata. Il giovane frate al centro, a capo chino,
sotto la Madonna, presenta un profilo più incerto rispetto agli
altri personaggi raffigurati. Sembrerebbe che questa figura non sia
stata finita o più semplicemente che abbia subito i danni del tempo.
Alcune
notizie sul convento
L'edificio
ha due ingressi che si aprono su Via Fratelli Bandiera,
entrambi sormontati dallo stemma dei Servi di Maria. Quello
più grande e solenne serviva per le carrozze e per i carretti dei
contadini che portavano i prodotti coltivati nei possedimenti del
convento, mentre quello più piccolo era l'accesso quotidiano e
ordinario al chiostro.
Nel
1782, come sappiamo, vi si fermò per due volte papa Pio VI:
il 3 marzo e il 4-5 giugno. Le ragioni per cui il pontefice fu
ospitato proprio nel convento di S. Martino possono essere varie: il
nuovo Palazzo episcopale non era stato ancora terminato (fu
inaugurato nel 1790); il convento dei serviti era la struttura del
genere più bella della città, tanto da essere conosciuta come la
“reggia di S. Martino”, ed era anche la sede locale del
Tribunale dell'Inquisizione, che dipendeva direttamente dal
papa. Due lapidi ricordano i soggiorni di Pio VI: una è posta
accanto alla camera dove egli dormì, mentre l'altra è posta
all'esterno dell'edificio a sinistra dell'ingresso più grande.
Secondo
la tradizione Pio VI avrebbe donato ai Servi di Maria una
preziosa statuetta in argento, raffigurante la Madonna
Addolorata, tuttora conservata nel convento. Essa potrebbe,
tuttavia, essere un dono di papa Clemente XI, al secolo
Giovanni Francesco Albani e nativo di Urbino, data la presenza del
suo stemma sul basamento.
Nel
convento è custodita anche una bella Madonna della Resurrezione
di Carlo Maratta (1625-1713).
Questo
è l'ingresso più piccolo del convento di S. Martino, sormontato da
un antico stemma dei Servi di Maria.
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Questa
è la Madonna della Resurrezione, firmata sul retro da Carlo Maratta,
raffigurata in primo piano, a mezzo busto, con lo sguardo abbassato
verso un sepolcro vuoto.
|
*****
Per
saperne di più:
-
Virginio Villani, Senigallia medievale. Vicende politiche e urbanistiche dall’età comunale all’età malatestiana. Secoli XII-XV, pp. 50-55.
-
Marinella Bonvini Mazzanti – Giuliano Grassi, La chiesa di San Martino in Senigallia.
-
Autori Vari, a cura di Padre Giuliano Maria Grassi, I tesori di San Martino














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