domenica 12 gennaio 2020

La chiesa di San Martino a Senigallia


La settecentesca chiesa di S. Martino è una delle più belle ed eleganti di Senigallia.
L'edificio, situato nel centro storico della città, a pochi passi da Corso II Giugno, è un piccolo museo nel quale sono conservate pregevoli opere d'arte, tra le quali: il cinquecentesco quadro della Madonna Addolorata attribuito alla bottega di Tiziano; il quadro di S. Martino dipinto a inizio Seicento da Terenzio Terenzi, detto il Rondolino; la Madonna con il bambino e i santi Filippo Benizi e Francesco di Paola del 1611 del pittore veneziano Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane; la Visita della Vergine a S. Anna del 1642 di Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino.

La storia della chiesa di S. Martino


La chiesa di S. Martino ha origini che risalgono al Medioevo.

La chiesa medievale

Le prime notizie su un edificio dedicato a S. Martino risalgono alla fine del XII secolo.

Nel 1223, nella bolla “In eminenti apostolicae sedis” di papa Onorio III, la chiesa di S. Martino è ricordata come terza per importanza nell'elenco delle principali chiese cittadine che dovevano versare canoni al vescovo Benno.

Tali chiese erano dodici: S. Giovanni Battista, S. Pietro, S. Martino, S. Salvatore, S. Giorgio, S. Maria de' Scoti, S. Lorenzo, S. Croce, S. Bartolomeo, S. Paterniano, S. Brigida, S. Severo.

Questo documento consente di fare alcune considerazioni: la chiesa di S. Martino era una delle più importanti della città e doveva pagare cospicui canoni al vescovo Benno; nel 1223 a Senigallia vi erano molte chiese, a testimonianza di un periodo indubbiamente ricco della sua storia; tra tanti culti di santi, gli unici sopravvissuti fino ai nostri giorni sono quelli di S. Pietro, a cui è dedicata la cattedrale, e quello di S. Martino.

La chiesa di S. Martino fu costruita per volontà di un certo Aristeo, che vi volle essere sepolto.

Nel libro “Senigallia medievale” si legge che questa chiesa era situata verso il centro della città, nei pressi dell'odierna Piazza Roma, e che essa fu successivamente trasferita nell'area retrostante l'attuale teatro (verso Viale Leopardi).

Nel 1468 Cristoforo di Blanderata (o di Biandrate), vescovo di Senigallia dal 1466 al 1473, chiamò in città l'Ordine dei Servi di Maria, a cui egli stesso apparteneva ed era molto legato, e gli affidò la cura della chiesa.

Nel 1474 iniziò a Senigallia la signoria dei Della Rovere, destinata a durare, eccetto brevi parentesi, fino al 1631. Giovanni, il capostipite di questa casata, era uno stimato capitano di ventura, devoto a S. Martino, patrono dei soldati. Egli incluse nel suo testamento una donazione alla chiesa di S. Martino (“uno palio de altare (…) de veluto”).

Intorno alla metà del Cinquecento il Duca Guidubaldo II Della Rovere fece ricostruire le mura della città. La costruzione della nuova cinta muraria pentagonale causò l'atterramento della chiesa di S. Martino, situata nel luogo dove sarebbe stato costruito un baluardo fortificato, chiamato in sua memoria baluardo di S. Martino. Nel 1554 essa fu demolita e nove anni più tardi ricostruita all'interno del circuito murario, sul sito attuale.

Nel manoscritto del 1596 “Historiarum Libri Duo” del vescovo Pietro Ridolfi si legge che dell'edificio non rimaneva più alcuna memoria eccetto la bocca di un pozzo, chiamato “pozzo di S. Martino” (“...nulla alia extat memoria praeter os putei in marmore obtrito quod vulgo dicitur puteus S. Martini...”).

Questi sono i resti del baluardo di S. Martino. La chiesa, da cui prese il nome, sorgeva probabilmente al suo esterno, dove fu scavato il fossato (rendendone quindi necessario il trasferimento) e dove alla fine del Cinquecento, secondo la testimonianza del vescovo Ridolfi, sopravviveva il pozzo.
La chiesa cinquecentesca

Tra il 1562 e il 1563 venne ricostruita la chiesa di S. Martino. Il Duca Guidubaldo II Della Rovere aveva infatti concesso ai Servi di Maria il sito dove ricostruirla.

In un documento dei serviti si trova scritto: “Il nuovo sito ove è fondato il convento al presente si chiama il quartiere di S. Martino et è vicino alle mura della città et anco più eminente et di miglior aria poiché è dalla parte delle montagne”.

I lavori di abbellimento e completamento della chiesa si protrassero per qualche tempo, rivelandosi molto onerosi per i frati, che nel 1567 chiesero alla comunità di Senigallia di contribuire all'acquisto dell'organo.

Di fianco alla chiesa venne gradualmente costruito anche il convento. Dell'interno complesso religioso rimane forse un bel disegno, contenuto nel manoscritto del 1596 “Historarium Libri Duo” del vescovo Pietro Ridolfi, conservato nella Biblioteca comunale di Senigallia.

Questo è un disegno della chiesa e del convento di S. Martino, attribuito a Gherardo Cibo, contenuto nel manoscritto del 1596 “Historarium Libri Duo” del vescovo Pietro Ridolfi. Dovrebbe trattarsi del complesso religioso ricostruito nella seconda metà del Cinquecento sul sito attuale. Dietro la chiesa, che sembrerebbe essere inserita in un contesto più periferico che urbano, è visibile un'antica torre.

In Via S. Martino, di fronte alla chiesa, lo scorso anno sono stati rinvenuti i resti di un quartiere medievale: un muro portante in laterizi allineato all'andamento della strada, un tratto di pavimentazione stradale in mattoni e un muro in pietra, disposto ortogonalmente al muro in mattoni, attribuibile forse a una fortificazione. Il Duca Guidubaldo II Della Rovere inglobò questo quartiere nella nuova cinta muraria pentagonale, lo fece in parte demolire per fare spazio alla chiesa cinquecentesca, lo fece spianare e vi fece costruire sopra una strada per collegare l'edificio religioso alla porta che si trovava nell'area dell'odierna Piazza Saffi.
La chiesa seicentesca

Nel 1603 la chiesa cinquecentesca, a soli quarant'anni dalla sua costruzione, si trovava in un cattivo stato di conservazione. Il priore del tempo, Giulio Mazzocchi, decise quindi di ricostruirla nello stesso luogo.

Alla costruzione della nuova chiesa contribuirono alcune famiglie nobili della città, tra le quali si distinsero particolarmente quella dei Baviera che fece costruire la cappella maggiore (per la quale commissionò anche il quadro di S. Martino) e quella dei Quartari che fece costruire la cappella dell'Addolorata.

Di questa chiesa si conserva la piantina. Essa era a navata unica con un altare maggiore dedicato a S. Martino e nove altari minori dedicati a S. Ambrogio, l'Addolorata, Crocifisso, Santi Sebastiano e Appolonia, S. Michele, Madonna di Reggio, S. Francesco di Paola, S. Lucia, S. Anna.

Monsignor Francesco Benni, vescovo di Scala e Ravello, servita, donò alla chiesa una reliquia di S. Martino (essa viene esposta solo nel giorno della festa del santo).

La chiesa di S. Martino era sede di due importanti congregazioni religiose, quella di S. Antonio per il soccorso dei poveri e quella dell'Abito (oggi Terzo Ordine), alla quale in alcuni periodi erano iscritti più di mille senigalliesi. Essa era anche la sede del Sant'Uffizio (la sede locale del Tribunale dell'Inquisizione istituita dopo il 1631, in seguito all'annessione della città allo Stato Pontificio).
Questa è la piantina della chiesa seicentesca, conservata nell'Archivio storico del Comune di Senigallia. Essa era a navata unica con un altare maggiore dedicato a S. Martino e nove altari minori dedicati a S. Ambrogio, l'Addolorata, Crocifisso, Santi Sebastiano e Appolonia, S. Michele, Madonna di Reggio, S. Francesco di Paola, S. Lucia, S. Anna.
La chiesa settecentesca

Nel 1731, in una fase di notevole crescita economica e demografica per Senigallia (dovuta all'ascesa della fiera della Maddalena), i Servi di Maria decisero di demolire la chiesa seicentesca per costruirne un'altra più grande e più bella.

Nel 1736 iniziò la costruzione del nuovo edificio. Tra l'atterramento della chiesa seicentesca e l'inizio dei lavori di quella settecentesca passò un quinquennio, a causa di una lite tra i frati e la famiglia Pasquini, che aveva per oggetto una casa limitrofa.

Tra il 1736 e il 1741 venne riedificata la chiesa. Due documenti, ugualmente attendibili, ne attribuiscono il progetto a due architetti diversi: nelle memorie di un esponente di casa Mastai è attribuito ad Alessandro Rossi di Osimo; nel libro delle “uscite” del convento è registrato un pagamento a Domenico Valeri di Jesi. Probabilmente i due architetti collaborarono tra loro: forse ad Alessandro Rossi si deve il disegno e a Domenico Valeri la realizzazione.

Essi realizzarono un'elegante struttura a tre navate, di stile neoclassico, con sette altari: uno maggiore e sei minori. La chiesa fu inoltre abbellita da pregevoli decorazioni a stucco, di cui non si conoscono gli autori.

I Servi di Maria commissionarono anche un nuovo organo a Feliciano Fedeli di Loreto, costato 355 scudi.

Solo nel 1750 la chiesa fu solennemente consacrata dal vescovo di Senigallia Monsignor Ippolito Rossi.

Nel Settecento la chiesa e il convento di S. Martino erano sicuramente la più bella struttura del genere esistente a Senigallia, tanto da meritare l'appellativo di “reggia di S. Martino”. Per questo nel 1782 il convento fu scelto per ospitare papa Pio VI, sia all'andata che al ritorno di un viaggio a Vienna, dove egli si recava per instaurare migliori relazioni con Giuseppe II d'Asburgo-Lorena. Secondo la tradizione il papa avrebbe donato ai frati una bella statuetta d'argento, raffigurante la Madonna Addolorata, tuttora conservata nel convento.

Questa è la piantina della chiesa settecentesca. Essa è a tre navate con sette altari, uno maggiore e sei minori, tutti ornati con pregevoli opere pittoriche.
Nel 1851 papa Pio IX istituì, con la bolla “Inter Coetera”, la parrocchia di S. Martino, concessa in perpetuo ai Servi di Maria.

Sempre nell'Ottocento la chiesa fu arricchita con un organo costruito dal celebre organaro veneziano Gaetano Callido (opus 395 del 1802), proveniente da un'altra chiesa senigalliese, quella di S. Antonio, oggi chiamata dell'ospedale. Esso probabilmente arrivò nella chiesa dei serviti in seguito alla soppressione degli ordini religiosi.

Dal 2017 la chiesa di S. Martino non è più parrocchia.
Questo è l'organo di Gaetano Callido (1727-1802), restaurato nel 2011 dalla ditta Michel Formentelli di Camerino.
I restauri

Nel 1930 l'intero complesso religioso fu gravemente danneggiato da un terremoto: per quanto riguarda il convento si dovette abbattere l'ultimo piano, poiché pericolante, e per quanto riguarda la chiesa si dovettero fare una nuova pavimentazione e una completa riverniciatura. Questi lavori di restauro però furono realizzati male: venne fatto un pavimento con mattonelle bianche e nere che poco si addiceva allo stile della chiesa, mentre il colore scelto per le pareti non valorizzava gli stucchi.

Tra il 1972 e il 1973 fu realizzato un nuovo restauro generale: la chiesa venne riverniciata con un colore più appropriato, vennero eliminati alcuni vecchi altari delle cappelle laterali e vennero tolti gli affreschi moderni sulla volta della prima cappella a destra.

Nel 1980 fu rifatto il pavimento in mattone cotto e successivamente furono realizzati lavori anche al tetto e al campanile.

San Martino

Martino di Tours è un santo vissuto nel IV secolo e uno dei fondatori del monachesimo in occidente. In Italia gli sono dedicate più di 900 chiese, tra le quali le cattedrali di Lucca e Belluno. La sua festa si celebra l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours.

Egli nacque intorno al 316 in Pannonia, nell'odierna Ungheria. Il padre, ufficiale dell'esercito romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della Guerra. Nel 331 un editto imperiale obbligò tutti i figli dei veterani ad arruolarsi nell'esercito romano. Martino fu inviato in Gallia, dove trascorse la maggior parte della sua vita da soldato. Durante lo svolgimento dei suoi compiti militari accade l'episodio che lo rese molto popolare. Egli, ancora catecumeno, in una giornata molto fredda divise il suo mantello con un povero seminudo e il suo gesto di carità fu ricambiato dall'improvvisa comparsa del sole. Fatto, questo, che ancora oggi sembra ripetersi nella cosiddetta “estate di S. Martino” (nei giorni intorno l'11 novembre, festa del santo). Successivamente Martino fu battezzato e lasciò l'esercito romano. Così iniziò la seconda parte della sua vita. Egli s'impegnò nella lotta contro l'eresia ariana e per questo venne cacciato prima dalla Gallia e poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani. Dopo aver trascorso quattro anni in eremitaggio parziale nell'isola Gallinara, in Provincia di Savona, Martino tornò in Gallia, a Poitiers, presso il vescovo Ilario, che lo ordinò prima esorcista e poi prete. Nel 361 egli fondo nella vicina Ligugé uno dei primi monasteri d'occidente. Nel 371 Martino divenne vescovo di Tours, dove fondò, a poca distanza dalle mura, un monastero, che fu per qualche tempo la sua residenza. Tale monastero chiamato in origine, in latino, Majus Monasterium (“Monastero Maggiore”) divenne in seguito noto come Marmoutier. Da vescovo egli proseguì la sua opera di evangelizzazione, rivolta soprattutto alla conversione delle popolazioni rurali della Gallia. L'8 novembre 397 Martino morì a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace tra il clero locale, e l'11 fu sepolto a Tours. Dopo la sua morte S. Martino divenne patrono dei soldati, dei cavalieri, dei viaggiatori, degli albergatori e, per il suo incarico di esorcista, anche di tutti coloro che lottano contro il male. Il suo culto, nel quale la generosità del soldato, la rinuncia ascetica e l'attività missionaria erano associate, ben presto superò i confini della Gallia. A Senigallia probabilmente esso fu portato dai Franchi tra l'VIII e il IX secolo.
Questo è uno dei dieci episodi della vita di S. Martino, “S. Martino divide il mantello con il povero”, dipinti tra il 1312 e il 1318 da Simone Martini nella Basilica inferiore di S. Francesco ad Assisi.
I Servi di Maria

Secondo la tradizione l'ordine dei Servi di Maria fu fondato a Firenze nel 1233 da sette mercanti, i sette santi fondatori. Nel 1304 esso fu approvato da papa Benedetto XI con la bolla “Dom levamus”. Nel 1888 furono canonizzati i sette fondatori.

I Servi di Maria, chiamati anche serviti, sono profondamente devoti alla Madonna Addolorata. Il loro stemma è costituito da una “S” e una “M” intrecciate e sormontate da una corona di sette gigli, che simboleggiano i sette santi fondatori.
Questa è l'entrata principale del convento di S. Martino a Senigallia, sormontata dallo stemma dell'ordine dei Servi di Maria.
L'interno della chiesa

La lapide settecentesca

A ricordo della consacrazione della chiesa fu apposta sopra l'entrata principale una lapide in latino, circondata da una bella cornice in stucco e sormontata dagli stemmi dei Servi di Maria (a destra) e di Monsignor Ippolito Rossi (a sinistra).

Tale lapide si traduce così: A DIO OTTIMO MASSIMO E A S. MARTINO VESCOVO DI TOURS QUESTA PIÙ NOBILE CHIESA È DEDICATA RICOSTRUITA SULLA VECCHIA NELL'ANNO DEL SIGNORE 1471 FU CONSACRATA DAL VESCOVO DI SENIGALLIA MONS. IPPOLITO ROSSI DEI MARCHESI DI S. SECONDO E CONTE IL 26 APRILE 1750 ANNO GIUBILARE LA RELIGIOSA FAMIGLIA DEI SERVI DI MARIA PAGÒ QUESTO LAVORO.

Vi si legge che i lavori di costruzione della chiesa settecentesca furono pagati dai Servi di Maria, che nel Settecento potevano disporre di un notevole patrimonio immobiliare, accumulatosi nel corso dei secoli grazie alle donazioni dei fedeli, costituito da 17 case e 17 poderi. Tutti questi beni furono secolarizzati nell'Ottocento.

Dopo il terremoto del 1930 fu aggiunto alla base dell'epigrafe un richiamo a papa Pio XI, che finanziò le opere di restauro.
Questa è la lapide settecentesca collocata all'interno della chiesa sopra l'entrata principale.
Il quadro dell'Addolorata

Nella II° cappella a sinistra è conservata una Madonna Addolorata, opera cinquecentesca attribuita alla bottega di Tiziano.

Il quadro raffigura la Madonna a mezzo busto, di tre quarti, con il capo reclinato e con le mani strettamente congiunte in atteggiamento di preghiera. La Madonna, vestita con un velo bianco, un mantello blu e un abito rosso, esprime un dolore intensamente umano. Le sette spade simboleggiano i dolori di Maria e sono state aggiunte nel Seicento.

Madonna con il bambino e i santi Filippo Benizi e Francesco di Paola

Nella III° cappella a sinistra è conservata una Madonna con il bambino e i santi Filippo Benizi e Francesco di Paola, di Jacopo Negretti, detto Palma il Giovane per distinguerlo dal prozio Jacopo Palma il Vecchio (1549 –1628), eseguita nel 1611.

Il quadro raffigura in alto la Madonna con il bambino sospesi sopra le nuvole e contornati da angeli e in basso San Filippo Benizi a destra e San Francesco di Paola a sinistra, rivolti verso l'alto in posizione ascensionale, quasi ad invitare i devoti ad ammirare non loro, ma la Madonna con il bambino. San Filippo Benizi è riconoscibile dalla tiara ai suoi piedi (simbolo della rinuncia al papato) e dal giglio in mano, mentre San Francesco di Paola è riconoscibile dal bastone del pellegrino. Sulla pietra ai piedi di San Francesco di Paola si legge la firma: Jacobus Palma. 

San Martino che offre il mantello al povero

Dietro l'altare maggiore è conservato il quadro di S. Martino di Terenzio Terenzi, detto il Rondolino o Terenzio Pesarese (1575 ca.-1621), eseguito a inizio Seicento.

Il quadro raffigura il santo a cavallo, simbolo di umanità e carità cristiana, nell'atto di tagliare con la spada il suo mantello e porgerlo a un povero seminudo in piedi di fronte a lui. In alto in uno squarcio tra le fitte nuvole appare il sole e fanno capolino due testine alate di angeli. Nel 1772 il quadro è stato notevolmente ampliato dal pittore bolognese Giovanni Rambaldi, con un paesaggio marino a sinistra e una quinta di rocce a destra, per adattarlo a una più bella e preziosa cornice in legno.

La Visita della Vergine a Sant'Anna

Nella II° cappella a destra è conservato il quadro più bello della chiesa, la Visita della Vergine a S. Anna, di Giovan Francesco Barbieri, detto il Guercino per una menomazione a un occhio, eseguito nel 1642.

Il quadro, commissionato dal nobile Tommaso Balducci in ricordo della figlia defunta Anna Teresa, raffigura in primo piano, sopra uno scalino, la Madonna seduta su di un semplice trono con il bambino seduto sulle sue ginocchia e S. Anna inginocchiata con un libro aperto in mano. Quest'ultima è rappresentata nell'atto di insegnare a Gesù. Alle spalle delle tre figure sono visibili una tenda scura, una colonna con capitello corinzio e un grande arco oltre il quale si scorgono una rocca e un paesaggio marino. In alto sotto l'arco appaiono tue testine alate di angeli.

Questo quadro rappresenta un momento significativo nell'evoluzione artistica di Guercino per la chiara ricerca di semplificazione compositiva e per la particolare attenzione ai panneggi.

La Madonna con i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria

Nella I° cappella a destra è conservata una Madonna con i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria di Girolamo Donini da Correggio (1681-1743), eseguita nel 1742.

Il quadro raffigura in alto la Madonna nell'atto di porgere ai sette santi l'abito dell'ordine, con intorno sette angioletti che reggono i simboli della passione (la croce, il martello, la corona di spine, il velo della Veronica (?)…) e l'emblema dei Servi di Maria. A destra è raffigurato un grande angelo con un libro aperto con la regola dell'ordine. I simboli della passione sono stati introdotti nell'iconografia dei sette santi con il crescere della devozione per la Madonna Addolorata. Il giovane frate al centro, a capo chino, sotto la Madonna, presenta un profilo più incerto rispetto agli altri personaggi raffigurati. Sembrerebbe che questa figura non sia stata finita o più semplicemente che abbia subito i danni del tempo.

Alcune notizie sul convento

L'edificio ha due ingressi che si aprono su Via Fratelli Bandiera, entrambi sormontati dallo stemma dei Servi di Maria. Quello più grande e solenne serviva per le carrozze e per i carretti dei contadini che portavano i prodotti coltivati nei possedimenti del convento, mentre quello più piccolo era l'accesso quotidiano e ordinario al chiostro.

Nel 1782, come sappiamo, vi si fermò per due volte papa Pio VI: il 3 marzo e il 4-5 giugno. Le ragioni per cui il pontefice fu ospitato proprio nel convento di S. Martino possono essere varie: il nuovo Palazzo episcopale non era stato ancora terminato (fu inaugurato nel 1790); il convento dei serviti era la struttura del genere più bella della città, tanto da essere conosciuta come la “reggia di S. Martino”, ed era anche la sede locale del Tribunale dell'Inquisizione, che dipendeva direttamente dal papa. Due lapidi ricordano i soggiorni di Pio VI: una è posta accanto alla camera dove egli dormì, mentre l'altra è posta all'esterno dell'edificio a sinistra dell'ingresso più grande.

Secondo la tradizione Pio VI avrebbe donato ai Servi di Maria una preziosa statuetta in argento, raffigurante la Madonna Addolorata, tuttora conservata nel convento. Essa potrebbe, tuttavia, essere un dono di papa Clemente XI, al secolo Giovanni Francesco Albani e nativo di Urbino, data la presenza del suo stemma sul basamento.

Nel convento è custodita anche una bella Madonna della Resurrezione di Carlo Maratta (1625-1713).

Questo è l'ingresso più piccolo del convento di S. Martino, sormontato da un antico stemma dei Servi di Maria.
Questa è la Madonna della Resurrezione, firmata sul retro da Carlo Maratta, raffigurata in primo piano, a mezzo busto, con lo sguardo abbassato verso un sepolcro vuoto.
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Per saperne di più:
  • Virginio Villani, Senigallia medievale. Vicende politiche e urbanistiche dall’età comunale all’età malatestiana. Secoli XII-XV, pp. 50-55.
  • Marinella Bonvini Mazzanti – Giuliano Grassi, La chiesa di San Martino in Senigallia.
  • Autori Vari, a cura di Padre Giuliano Maria Grassi, I tesori di San Martino







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